Diario di un mammo #5

Quando scappa, non puoi scappare

“Quando si è nella merda fino al collo non resta che cantare”
Samuel Beckett

C’era un cantante in auge qualche anno fa, nella scena del satyric-rock italico, che si fregiava di aver scritto un pezzo intitolato ‘Piede sulla merda’. Lui si chiamava e si chiama Cristian Bugatti, in arte Bugo. Il ritornello della sua canzone, contenuta nell’album ‘Dal Lofai Al Cisei’, faceva più o meno così “Ho messo un piede, un piede sulla MERDA. Messo un piede, un piede sulla MERDA”. Al di là della base musicale, un carico ma banale rock blueseggiante, mi rimase impressa la disinvoltura e la nettezza con cui Bugo (‘il’ Bugo come si dice dalle sue parti) proferiva la parola ‘MERDA’ e la sportività con cui accettava, nel testo, di aver pestato incidentalmente quella MERDA per strada.
Bene, questa canzone comincia a risuonarmi in testa, attraverso una sorta di revival freudiano, ogni qual volta la mia piccola Stella diventa rossa come un peperoncino di Chalabriahh e al contempo emette mugugni mefistofelici degni di una delle ultime canzoni di Carmen Consoli. Quando succede, devo prepararmi al peggio…
Di lì a poco, infatti, si diffondono nello spazio circostante odori improponibili e soprattutto coprenti. Poco importa se qualche attimo prima si sprigionava dal forno il caldo e stuzzicante profumo delle lasagne, se dal parquet ascendeva delicata e misticheggiante l’essenza di limone, se aprendo le cassettiere si spandeva per la casa un’intensa e pervasiva fragranza di lavanda. Tutto questo non conta più nulla al cospetto della nube tossica generata dalla creatura, che cattura e annienta sul nascere ogni ipotetico sfizio olfattivo. Eppure ricordo che un mio amico sosteneva, a ragione, che il profumo della cacchetta dei neonati, nelle prima settimane di vita, ricordasse molto quello del pane appena tostato… Acqua passata, anzi sciacquone passato. Ora, dopo lo svezzamento, conosco perfettamente la differenza tra la caccà (NdA: pronunciato con lo charme petulante di Carla Bruni) e la MERDA (NdA: pronunciato con la nettezza urbana del Bugo).

Ok, ci siamo, è ora di rimboccarsi le maniche (per non sporcarsele). Dopo un minuto abbondante di sforzo suo, ora tocca a me sforzare la mia soglia di schizzinosità e confrontarmi con una situazione che fino a un anno fa per me sarebbe stata davvero over-limits (a proposito, chissà se Philippe Petit, Patrick de Gayardon, e Chris Sharma hanno mai lavato il culetto a un neonato). La mia mente di riflesso comincia a cantilenare storpiando la canzone del Bugo: “Ho messo una mano, una mano sulla MERDA […]Messo una mano, una mano sulla MERDA”. La mia pupetta è talmente zeppa che il blob ha trapassato il pannolino come l’acqua la rete di un pescatore, spalmandosi viscido viscido sulla mano dello sventurato genitore… Protendo l’arto verso la finestra e, immobile per alcuni secondi, lo osservo in controluce: fino a qualche secondo fa mi sentivo una padre onnipotente con la situazione sempre in pugno, ora, se apro il pugno, ho soltanto delle irriverenti protuberanze multiforme sulle dita, che, alla fine dei conti, mi riportano a uno stato di profonda e servile umiltà nei confronti dell’essere umano di piccole dimensioni. Certo, anche noi grandi la facciamo, ma di nascosto… Loro, piccini, la fanno alla luce del sole e, con squisita irriverenza, ti spiattellano chiaro e tondo la disgustosa primordialità umana.
Riflettendoci bene, questa irriverenza spontanea dei neonati rappresenta un’arma potentissima per l’umanità intera, altro che bomba atomica! Pensate se al G8 i più importanti rappresentanti delle forze politiche mondiali si trovassero intorno a un lussuoso tavolo in mogano intarsiato, seduti con le braghe calate su otto tazze del cesso in madre perla e decidessero dei destini dell’umanità a suon (e odor) di flatulenze. Forse, anche solo per fare in fretta, invece di perdere tempo in sontuosi banchetti o improvvisati book fotografici, affronterebbero seriamente gli argomenti più importanti; forse, essendo tutti nella medesima situazione primordiale, si sentirebbero più al G1 che al G8, o forse, più probabile, dopo ore e ore di conversazioni intessute per salvaguardare al meglio i loro personalissimi interessi finanziari, verrebbero sepolti dalla loro stessa sostanza, come gli adulatori nella Divina Commedia (Inferno, canto XXVIII). “Tra le gambe pendevan le minugia; / la corata pareva e ‘l tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia”. In ogni caso, per noi comuni mortali (“quelli che non arrivano alla fine del mese”, come i ‘giottini’ ci definiscono), pensare che tutti quanti, noi e loro, siamo produttori di merda dovrebbe annientare di botto le distanze sociali, aprire il campo a una presa di coscienza collettiva e dare inizio a una vera e propria rivoluzione dal basso (il basso posteriore). Hasta la Mierda! Hasta la Mierda!

Siempre! Ma in un secondo tempo, ora devo lasciare da parte le battaglie ideologiche ed impegnarmi anima e corpo nella nobile arte del problem solving. Non a caso la prima cosa che mi viene in mente coincide perfettamente con un’azione: “Bidet!”.
Spoglio mia figlia e avvolgo il pannolino con la merda in un foglio di giornale (assurdo che tra questi tre elementi, l’unico non dannoso per l’ecosistema sia quello che mi ingegno a sigillare). Apro il rubinetto, mi assicuro che l’acqua sia tiepido-calda, controllo che il tappo sia alzato e do il via alle danze… Già, alle danze, nel vero senso della parola, perché la pupa comincia a sbattere i piedini come un dispettoso Poseidone che balla la breakdance sul Fiume Giallo (che poi in realtà è marrone). Chinato su me stesso, mi sento un basso coltivatore cinese che, incurante degli eventi esterni, nasconde la sua timida operosità sotto l’ombra di un enorme cappello conico. Immagini migliori non mi vengono, sono impegnato a svolgere un lavoro di bassissima manovalanza.
Terminata la pulizia, asciugo la pupa e la sdraio un po’ a forza sul fasciatoio. Rifinisco il lavoro con la salvietta profumata, posiziono il pannolino sotto la fonte del problema, ricopro di borotalco le sue parti intime (che poi non sono affatto intime!), allaccio il pannolino e la rivesto di tutto punto. Finalmente posso ricominciare a respirare! Dopo quasi sei minuti di apnea (in cui stavo per battere il record di Umberto Pelizzari rischiando una sincope!) ora posso farmi rapire nuovamente dal suo candido profumo alla violetta. La merda è sparita, così come la canzone di Bugo… Anche questa volta iTunes, che sembra più empatico di un rappresentante del G8, mi dedica la canzone più appropriata: ‘Via del Campo’ di Fabrizio De Andrè… Non la conoscete? E’ quella che finisce così: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Se lo ha detto lui, devo credergli.

 

© L’articolo è una produzione originale di Andrea Pegolo (aka SynthWriter). E’ possibile divulgare l’articolo su internet citando la fonte (sito o link diretto), chiedendo il permesso all’autore.
Argomento: cacca neonato

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1 commento

  1. ahahah!!!!!! grande potenza descrittiva, direi anche notevole capacità di creare sinestesie inedite…..bravobravobravo!!!!! e bravissima la tua MUSA ISPIRATRICE…..chil’avrebbe mai detto: lei CREA e ti rende più creativo…Siete una coppia imbattibile!!!! Continuate così. zia beatrice

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