Chi non muore si ravveda

“Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”. [Tenzin Gyatso – Dalai lama]

Quando muore qualcuno mi rifugio immediatamente nel concetto opposto a quello di morte, non la ‘vita’ come si è soliti pensare, ma la ‘nascita’. La vita, almeno quella che constatiamo attraverso ogni respiro e battito cardiaco, è lo spazio tra la nascita e la morte, i due estremi che, è proprio il caso di dirlo, danno ‘vita’ al nostro segmento biografico. Ah cara vecchia geometria, ti ho odiata tanto a scuola per colpa di quei compagni di banco che ogni due per tre canticchiavano ‘Il triangolo’ di Renato Zero, ma devo ammettere che per qualche fugace elucubrazione torni davvero utile.

Per calarci meglio nella materia, prendiamo un pennarello indelebile, un foglio bianco e tiriamo una riga. Ecco quella è la nostra vita (‘V’). Evidenziamo l’estremo sinistro, denominandolo ‘N’ come nascita, e quello destro, ‘M’ come morte. Si evince una regola importante: senza N non può esistere M, viceversa senza M non può esistere N, senza N e/o M non può esistere V. Detto fatto, la nuda verità è che senza fine non c’è inizio, ovvero, essendo nati, siamo costretti a vivere per poi morire…
Ora spingiamoci oltre al nostro segmento e alla geometria piana, inserendo il concetto di ‘profondità’ e ‘prospettiva’. Se fossimo esseri bidimensionali, infatti, meri punti in continuo spostamento da N verso M sul segmento V, questa regola non ci interesserebbe poi molto, ma essendo un condensato di linee, prospettive e profondità, il rapporto che stabiliamo con l’idea della fine è un elemento cruciale per autodefinire la nostra esistenza e determinare le nostre azioni…

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Io mi drogo… di rafano!

Questo articolo è dedicato a tutti i denigratori del rafano, più o meno il 99,99% della popolazione, a tutti i mancati neofiti che dicono ‘Bleah’ senza neanche sperimentare, a tutti quei fighetti che conoscono il wasabi, ma non sanno cos’è il rafano.

Ve lo ricordate il film Into the wild, tratto da una storia vera? Il giovane Christopher McCandless, appena uscito dal college, decide di abbandonare la sua famiglia e la tipica vita da teenager americano per ritrovare il vero ‘io’ a stretto contatto con la natura. Il suo tentativo riuscirà solo in parte perché alla fine, dopo aver inghiottito una radice mortale, ammetterà il valore di quell’ ‘io sociale’ tanto denigrato in precedenza.
La parte più drammatica del film è sicuramente la lenta agonia del protagonista che, dopo aver riconosciuto l’immagine della pianta fatale sulla sua enciclopedia, realizza che non c’è più niente da fare. Solo e sperduto nelle ‘terre selvagge’ ha i giorni contati. Di lui ci restano un diario, una pellicola fotografica e una frase incisa sulle pareti del suo rifugio, il magic bus: ‘La felicità è reale solo se condivisa’…

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San Valentino? No, festeggio San Marone!

Pregherò per te, che hai San Marone nel cuor e se tu lo vorrai crederai. Io lo so perché tu la fede non hai, ma se tu lo vorrai crederai. [Rivisitazione della rivisitazione di Stand by me]
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Oggi è San Valentino, la cosiddetta ‘festa degli innamorati’, l’ineluttabile giorno in cui i morosi si scagliano addosso un dono poco azzeccato come pegno d’ammmore. Non tutti certamente, io per esempio mi astengo (e non solo per tirchieria!). Passino le feste della mamma, della donna, del papà, dei nonni, della marmotta (grande Bill Murray!), ma San Valentino no! Per me ha sempre rappresentato una mera case-history delle insane potenzialità dell’I-love-you-marketing, quella sotto-sotto-disciplina economica volta a trasformare un sentimento astratto, e dunque non quantificabile, in miliardi di cuori sfregiati dal codice a barre. Fake plastic love!, verrebbe da dire, citando i Radiohead.
Leggendo, qualcuno storcerà il naso e sbufferà “Ecco, il solito musone alternativo…”. In realtà, non è proprio così; in me alberga da trentacinque anni un cupido armato di artiglieria pesante che ha sempre e comunque celebrato l’amore, anche a rischio di non superare i metal-detector della vita. Con il passare degli anni, però, trovo la festa del 14 febbraio sempre più scevra di ogni significato, svuotata dalla crescente anemia spirituale della nostra epoca…

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C’era una volta un grande naviglio

Qualche giorno fa sono capitato per sbaglio su un servizio del tg5 che raccontava di tutta quella marmaglia che si è spostata all’Isola del Giglio soltanto per farsi fotografare vicino al relitto della Costa Crociere. Il fenomeno si chiama in gergo ‘turismo dell’orrore’ ed è, ahimè, molto italiano.

Pervaso da un forte senso di schifo, in quel momento ho pensato: se mia figlia avesse quattro anni e mi chiedesse spiegazioni su quello che sta succedendo, come potrei risponderle? Forse così…

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Il gioco delle differenze #1

Ecco a voi, seulement pour jouer, le dieci differenze tra un romanziere e un copywriter:

1. Il romanziere non vede l’ora che qualcuno gli chieda ‘Che lavoro fai?’. Il copy* evita accuratamente che gli venga posta quella domanda (anche da amici e parenti), inventando una serie di diversivi in base al grado di confidenza.

2. Il bravo romanziere è conosciuto dai più, il bravo copy è conosciuto da tutti, ma solo in pochi sanno chi è.

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